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Strategie della sfiducia

Scritto da:

Agnese Vardanega

    Reloaded dal 2010

    Nel 1988 (in inglese, nel 1989 in italiano) uscì un volume a cura di Diego Gambetta, dal titolo Le strategie della fiducia. Indagini sulla razionalità della cooperazione: una raccolta di saggi esito di una serie di seminari tenutisi presso il King’s College di Cambridge, e sollecitati dallo stesso Gambetta, allo scopo

    di dar ragione di un problema tenace e apparentemente insolubile che travaglia l’Italia sin dalla sua Unità: lo sviluppo mancato, o quantomeno distorto, della più parte delle regioni meridionali.


    More about Le strategie della fiducia Dei saggi contenuti nel volume, solo due riguardano propriamente il Mezzogiorno. Il primo, di Anthony Pagden, descrive come, nel XVII secolo, gli spagnoli regnarono su Napoli mettendo sistematicamente in atto una politica di distruzione della fiducia. Si tratta del noto meccanismo del divide et impera: per impedire il formarsi di una classe commerciale ed imprenditoriale – oggi diremmo una classe media – dotata di autonomia, gli spagnoli non solo imposero esplicite limitazioni al commercio, ma esercitarono con perizia il pouvoir de la faveur, che consiste nel:

    • negare l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, da una parte
    • incentivare legami personalistici e verticali di sottomissione, dall’altra.

    La società civile meridionale, a differenza di quanto accadeva nel resto d’Europa (nord-occidentale), sarebbe pertanto cresciuta frammentata, e chiusa in meccanismi che possono apparire contraddittori ed irrazionali ad un osservatore esterno:

    gli individui non cooperano quanto e come sarebbe nel loro interesse fare, entrano in concorrenza in maniera scorretta e dannosa, e si astengono dal farsi concorrenza anche quanto potrebbero trarne notevoli vantaggi

    Il saggio di Gambetta si interroga sui meccanismi che hanno consentito a questa «possente combinazione» di durare per secoli: come sia stato possibile cioè che azioni razionali dal punto di vista individuale abbiano prodotto il «disastro collettivo», ovvero il protrarsi ed il riprodursi della sfiducia entro una struttura sociale relativamente stabile.

    Di questa struttura, la mafia rappresenta a parere di Gambetta la quintessenza. Ma meccanismi simili, magari un po’ più diluiti, si trovano qui e là in tutta la società italiana, in assenza magari di organizzazioni criminali, ma in presenza di cricche e clientele di varia natura. D’altra parte la Lombardia del 1628 – descritta da Manzoni nei Promessi Sposi – non è poi tanto diversa dalla Napoli di Pagden (vedi il post Legalità e caste nell’Italia di don Abbondio).

    Una prima strategia della sfiducia è insomma quella che, mediante la pratica dei favoritismi, produce un senso di sfiducia generalizzata nei confronti delle istituzioni, ed insieme l’idea che alcuni reati siano (appunto per questo) giustificabili:

    Negandoci la giustizia, anzi facendo di meglio, vendendocela, ci avete insegnato a considerare l’omicidio come un diritto

    Questa l’accusa che al “napoletano” (cioè spagnolo) Don Carlo viene rivolta dal siciliano Don Ambrosio nel Viaggio in Sicilia di Tocqueville, citato da Gambetta.

    Nel momento in cui cioè venga elargito come un favore quello che spetterebbe di diritto, o per merito, possono apparire accettabili – anche agli occhi di chi voglia “solo fare il proprio lavoro” – non solo il voto di scambio, ma anche la “bustarella”.

    Il tentativo di ottenere questi “favori” – che per loro natura non possono essere elargiti a tutti, o secondo criteri universalistici – scatena fra i singoli una competizione distruttiva. Mors tua, vita mea: se ottieni il favore tu, lo perdo io. Osserva dunque Gambetta:

    Il desiderio di prevalere sui propri pari, congiunto all’assenza di uno stato credibile, non può condurre alla normale concorrenzialità «di mercato»: la pratica che si diffonde non è quella di far meglio dei propri rivali, ma di farli fuori.

    Il costo per la società nel suo complesso resta elevato anche quando tutto ciò non implichi l’uso sistematico della violenza. Da una parte infatti l’eliminazione dei competitors prima e della competizione poi – mediante la costituzione di oligarchie monopolistiche – pur riducendo il conflitto, riduce anche la quantità  e la qualità degli scambi. Dall’altra, concepire il gioco come se fosse a somma zero impedisce il formarsi di un’idea di interesse generale: non può cioè darsi il caso che una azione sia vantaggiosa per tutti (o per molti), ogni azione deve per forza comportare vantaggio per qualcuno a danno degli altri.

    Se inizialmente le cricche svolgono una funzione difensiva rispetto all’imprevedibilità delle norme e soprattutto delle sanzioni, esse finiscono spesso con il riuscire ad imporre il favore ai potenti, e ad impedire agli adepti di farsi concorrenza fra di loro.

    Non si pensi che esse siano sempre formalmente costituite in associazioni più o meno segrete. Nelle piccole comunità, ciò non è affatto necessario e le norme implicite sono spesso più che sufficienti: chi esce dal seminato, tentando di emergere individualmente, viene immediatamente visto come pericoloso da tutti ed incappa nelle dovute sanzioni sociali. L’equilibrio è infatti sempre precario, e – come la sanguinosa storia delle guerre di mafia insegna – basta poco per tornare alla situazione del “tutti contro tutti”.

    Questo dunque il meccanismo che genera e riproduce ad un tempo a) assenza di cooperazione; b) competizione distruttiva e mancanza di senso civico (idea di “interesse generale” o “bene comune” ); c) assenza di competizione ed innovazione in alcuni ambiti specifici (oligarchie).

    Le cricche non solo sfruttano la sfiducia, ma sono essenziali nel riprodurla: quanto più infatti esse hanno successo nel porsi come “intermediari dei favori” tanto più le persone perdono (e a ragione) la fiducia nella possibilità di ottenere  qualcosa sulla base del riconoscimento formale di un diritto, o per meriti personali. Il che vale forse a spiegare la rassegnazione e la mancanza di senso civico e di impegno politico delle popolazioni che vivono in situazioni con tali caratteristiche.

    La mafia di ciascun periodo storico può quindi considerarsi come il gruppo o l’insieme di gruppi che ha successo. Successo non solo nell’affrontare in modo difensivo la mancanza di fiducia – come è forse il caso di altre forme associative più «morbide» come le clientele – ma successo nel trasformare la sfiducia in un affare remunerativo attraverso un’instancabile e, se necessario, violenta ricerca del monopolio su risorse e transazioni.

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