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Covid19. Di tamponi, qualità dei dati e storie regionali

Scritto da:

Agnese Vardanega

    Attenzione: i grafici che seguono mettono a confronto il numero di tamponi effettuati nelle diverse regioni, in rapporto al numero di casi. Non sono confronti fra i trend del contagio. Quello che forse possono aiutarci a comprendere meglio è la “politica” dei tamponi, da una parte, e, dall’altra, quanto siano sottostimati i casi asintomatici o con sintomi lievi nei diversi territori.

    Tamponi per regione e numero di casi, 21 marzo 2020
    All’aumentare dei casi, i tamponi crescono in misura diversa nelle diverse regioni

    Immaginiamo che ciascuna delle linee rappresentate nel grafico qui sopra racconti una storia fatta di decisioni ed azioni. In presenza di malati con sintomi, infatti, i sanitari prendono delle decisioni sui tamponi da effettuare seguendo delle linee guida ma con un margine di discrezionalità.

    Nello stesso tempo, esistono limiti nelle risorse, e nel numero di tamponi che le strutture sono in condizioni di analizzare giornalmente. Probabilmente, le regioni meno attrezzate si organizzano man man che il contagio aumenta. Quando il numero dei sintomatici gravi aumenta, però, si ha meno tempo per effettuare i tamponi e le strutture che li analizzano arrivano alla saturazione.

    Il numero di tamponi rispetto ai casi può dunque essere basso (le linee più “schiacciate” sull’asse delle x, in basso) o perché si è deciso di effettuare i tamponi solo sui sintomatici più gravi, e/o perché non ci sono strutture nei territori (regioni meno popolose hanno meno strutture), o perché il sistema è sotto stress per il numero dei contagi.

    Covid-19 casi totali per regione 21 marzo 2020

    Inoltre, il numero dei tamponi effettuati non è indipendente dalla situazione del contagio. Se è vero che i casi rilevati sono funzione dei tamponi effettuati, è anche vero che il numero dei casi rilevati (in quanto indicatore del numero di malati che si rivolge al SSN) incide sul numero di tamponi che è possibile fare, a meno di una politica regionale o nazionale volta ad effettuare test per così dire “a tappeto”.

    Perché per il confronto non uso il dato medio regionale? Appunto perché tanto l’epidemia quanto la risposta all’epidemia hanno una loro storia, e i dati puntuali ce la raccontano meglio. Lombardia e Emilia Romagna sembrerebbero ad esempio aver aumentato i tamponi in maniera più che proporzionale all’aumento dei casi negli ultimi giorni (le linee rosa chiaro e verde scuro “virano” leggermente verso l’alto).

    Questa “storia” mi sembra più utile a seguire l’evoluzione della situazione, rispetto a un confronto di sintesi. Il grafico, nello stesso tempo, ci fornisce una rappresentazione sintetica del quadro complessivo.

    Dal primo grafico a linee possiamo notare come Lazio e Veneto siano le regioni che, fino a questo momento, hanno sistematicamente effettuato più tamponi in proporzione ai casi. Consideriamo la situazione alla data in cui sono stati raggiunti i 400 casi (circa), un numero che non dovrebbe generare ancora stress nel sistema (anche se in una regione relativamente piccola come l’Abruzzo, quella in cui vivo, questo numero ha portato alla decisione di attivare per la seconda volta un ulteriore centro per l’analisi dei risultati dei test).

    La Lombardia arriva a 403 casi il 27 febbraio, giorno in cui vengono registrati 3320 tamponi. Il Lazio arriva a 436 casi il 15 marzo, e in quella giornata vengono registrati 8345 tamponi. In questo senso, pare corretto dire che il Lazio fa più tamponi della Lombardia, e ragionevole dedurne che il numero dei casi registrati nel Lazio sia più vicino a quello reale.

    La linea della Liguria, a parità di numero di casi del Lazio, è notevolmente più bassa … Ma la Liguria ha un numero di abitanti inferiore a quello della sola capitale, e l’impatto dell’epidemia sul suo sistema sanitario è ben diverso.

    Le differenze mostrate dai due grafici a linee riguardano il modo in cui i dati su contagi e attuali positivi vengono raccolti, e dunque la qualità dei dati che è possibile in questo momento analizzare.

    Al crescere del numero di contagi, il dato nazionale aggregato è sempre meno affidabile. Intanto, non esiste una sola epidemia, ma ne esistono diverse, in diversi territori e con tempi e storie diverse. Inoltre, come si vede, i dati dei territori non sono immediatamente confrontabili fra di loro, e meno che meno aggregabili. Peraltro, la situazione Lombarda “oscura” gli altri trend regionali per il tragico bilancio di contagi e decessi.

    E questo è ancora più chiaro se si considera il dato provinciale (si vedano le due mappe).

    Infine, è noto a tutti che ci siano errori e ritardi quasi quotidiani nella registrazione dei casi: i dati del Lazio per il 21 marzo non sono stati registrati, o comunque hanno qualcosa che non va, visto che l’ultimo tratto della linea è “piatta”.

    Tutto questo non significa che sia inutile tentare di analizzarli, significa però che bisogna fare molta attenzione nell’applicare modelli previsionali, e che è necessario tenere conto di un errore che in statistica si chiama ‘sistematico’ e che, se incide relativamente poco sul singolo trend (ammesso che non ci siano variazioni nella raccolta e nella registrazione dei dati), può creare distorsioni importanti quando trend diversi vengano aggregati.

    Tamponi per numero di casi, Regioni del mezzogiorno e confronto con il Lazio, 21 marzo 2020

    In questo grafico, le regioni del Mezzogiorno vengono a messe a confronto con il Lazio, diciamo come benchmark di pratica “virtuosa” e in considerazione del fatto che ha un numero di casi grosso modo comparabile a quello delle regioni del Mezzogiorno, diversamente dal Veneto. La popolazione del Lazio (circa 6 milioni) è però comparabile solo con quella di Campania e Sicilia, e certamente non con quella delle altre regioni.

    Tornando alla situazione con 400 casi circa, e per renderci conto dell’ordine di grandezza delle differenze, il Lazio in quel momento registra, come si è detto, 8345 tamponi; la Campania arriva il 16 marzo a 400 casi esatti con 2517 tamponi registrati; la Puglia il 18 marzo ha 3433 tamponi per 383 casi; Sicilia e Abruzzo, il 20 marzo, effettuano rispettivamente 4468 e 2695 tamponi, con 408 e 449 casi.

    Dal grafico vediamo infatti come Calabria e Sicilia siano le regioni che stanno effettuando relativamente più test, rispetto a Sardegna, Abruzzo e Campania la cui “politica dei tamponi” sembra perfettamente allineata. In posizione intermedia si colloca la regione Puglia.

    Per concludere. Si potrebbe pensare che se una regione ha pochi abitanti, pochi tamponi possono essere sufficienti. In realtà il contagio non si diffonde in proporzione agli abitanti di una regione: i tempi con cui si passa da 10 a 400 casi, e poi da 400 a 1000, sono – a parità di altre condizioni – gli stessi. Il problema è che le regioni più piccole e/o quelle che hanno dovuto affrontare i tagli dei famigerati “piani di rientro”, si trovano in maggiori difficoltà ad affrontare la situazione, avendo meno strutture e meno personale sanitario di quelle più grandi. Al di là della questione metodologica, dunque, questi pochi dati che ho cercato di presentare in maniera un po’ sistematica suggeriscono che in questa circostanza la regionalizzazione della sanità ha incontrato un limite importante, un motivo più che valido per ripensarsi profondamente.

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