28 maggio 2014

Sondaggisti che sbagliano

Sondaggio Ipsos Europee 2014Ancora una volta i sondaggi elettorali “toppati” hanno acceso il dibattito su questo strumento. Stavolta, in occasione delle elezioni europee, l’errore dei sondaggisti è stato almeno in apparenza grossolano, considerando che si è mancato di rilevare l’abissale differenza fra il primo e il secondo partito.

È vero che i sondaggi non servono a “prevedere” in senso vero e proprio il risultato delle elezioni, ma vengono realizzati per sondare le opinioni delle elettori e ― dal punto di vista dei candidati ― per capire come sta andando la campagna elettorale. Nondimeno, non registrare alcun segnale del fatto che il PD stava per doppiare il M5S non può non suscitare qualche interrogativo.

Mi sono messa quindi a cercare in rete le spiegazioni fornite dagli stessi ricercatori ai quotidiani, che li hanno prontamente interpellati. Pubblico di seguito una sorta di “pastone” delle varie posizioni, che mi pare compongano un quadro abbastanza chiaro dello stato dell’arte ― almeno dal punto di vista dei professionisti.

Un primo ordine di fattori da considerare riguarda gli aspetti tecnici e metodologici dei sondaggi di opinione.

Secondo Roberto Biorcio [Demos] «gli intervistati sono estratti casualmente, ma poi non tutti rispondono o rispondono esattamente. Di solito solo 1 su 4 ci dà le informazioni che chiediamo. I sondaggi vengono fatti su un minimo di mille persone, ma spesso sono 2mila, e per avere abbastanza dati dobbiamo interpellare sempre almeno 4mila persone. Nondimeno, questo non dovrebbe incidere sulla attendibilità dei risultati» (Wired).

Basta però guardare il sito sondaggipoliticoelettorali.it (il sito ufficiale dei sondaggi, dove, ai sensi della legge 28/2000 gli istituti devono pubblicare risultati e metodi utilizzati) per rendersi conto che la quota di rifiuti supera spesso il 75%, arrivando anche all’80-90%. Anche se questa pratica è non solo consolidata, ma anche legittimata dalle linee guida delle maggiori associazioni internazionali di settore (anche accademiche), è dimostrato che chi rifiuta le interviste possiede caratteristiche particolari, che “causano” il rifiuto ma che possono anche incidere sulle decisioni di voto (fanno un lavoro molto impegnativo e non hanno tempo; hanno bambini piccoli da accudire e non possono stare al telefono; sono stufi della politica; sono poco informati e non vogliono darlo a vedere, …). I rifiuti, quindi, possono incidere, eccome, sull’attendibilità dei risultati.

Per questa ragione, e poiché i tempi ristretti dei sondaggi non consentono di ovviare a questo problema, i ricercatori utilizzano parametri ricavati dalle serie storiche dei sondaggi precedenti per correggere i dati “grezzi”, ovvero le risposte degli intervistati per come vengono registrate. In questo caso, il dato del PD è stato ridimensionato, sulla base dei risultati precedenti. Roberto Weber [Ixè] afferma infatti: «Non è vero che nessuno si aspettava questi risultati, direi piuttosto che nessuno si è arrischiato a darli. Sapevamo che la fiducia in Renzi era altissima, e quella in Grillo calava, e nelle ultime rilevazioni avevamo anche noi il Pd al 40%, ma l’errore delle politiche ci ha spinto a essere prudenti» (Huffington Post).

Europa Quotidiano si arrischia quindi a suggerire che «gli algoritmi che si adottano per ponderare i risultati … forse troppo spesso … vanno a peggiorare le stime, invece che migliorarle». Infatti, non è detto che le serie storiche possano essere considerate affidabili. Come si è sentito spesso ripetere in questi giorni, l’Italia non ha più partiti storici, ed anzi ne spuntano sempre di nuovi: non ci sono dunque parametri affidabili rispetto ai quali commisurare i risultati per correggerli. D’altra parte, questo non accade solo in Italia, mentre solo qui (parrebbe) i sondaggi sono tanto imprecisi. Molti sono i partiti “nuovi” che si sono affacciati sulla scena politica europea, e i cui risultati sono stati previsti correttamente. E in Italia, in questa tornata elettorale, gli unici partiti effettivamente nuovi erano NCD, Fratelli d’Italia, e Altra Europa, i cui risultati sono stati previsti in maniera abbastanza precisa, considerando le piccole percentuali di cui si trattava.

Altra spiegazione fornita dai ricercatori interpellati riguarda il fatto che una sempre più consistente parte di elettori decide all’ultimo minuto, mentre i sondaggi di cui veniamo a conoscenza sono quelli relativi al massimo a un paio di settimane prima delle elezioni (sempre ai sensi della legge 28/2000). Rivela Biorcio che «L’ultimo sondaggio a nostra disposizione, i cui dati completi non possono essere diffusi perché di appena 2 giorni prima del voto vedeva un incremento della quota del Pd, che arrivava quasi al 40%» (Wired). D’altra parte, parrebbe che il fraintendimento dei contenuti di questa normativa da parte dei cittadini provochi una ulteriore caduta delle risposte: secondo Antonio Noto [IPR] «l’elettore cui viene chiesto di ripetere il voto ai fini di sondaggio spesso si rifiuta di farlo. Pensa, teme, ritiene di fare qualcosa che non è pienamente lecito» (Il Fatto Quotidiano).

Peccato, perché si sa che è proprio negli ultimi giorni che gli indecisi decidono. «Possiamo stimare che il 5% degli elettori decida alla fine: se l’altra volta tra gli indecisi ha prevalso la voglia di cambiamento, questa volta la paura della crisi di governo ha fatto votare per il Pd» (Biorcio, Wired). Secondo Europa Quotidiano «esiste ormai in Italia un elettorato, stimabile attorno al 10 per cento dei votanti, che si pone in maniera equidistante nella scelta per uno dei due principali partiti (o movimenti). Questi elettori decidono di volta in volta, e generalmente nelle due settimane prima del voto, se privilegiare l’uno o l’altro ».

Eventi imprevisti che intervengano nelle due ultime settimane possono riorientare le intenzioni di voto e inficiare i risultati precedentemente pubblicati. In questo caso, l’evento sarebbe stato la paura del sorpasso, evento a sua volta causato dai sondaggi “clandestini” che venivano diffusi ― e non solo dal Movimento Cinque Stelle. «Lo spauracchio del sorpasso e della caduta del governo ha fatto appello ai moderati: Scelta civica e Udc hanno perso il 10% dei voti per la paura del sorpasso rispetto ai risultati delle elezioni precedenti» (Biorcio, Wired).

Ieri sera a Piazza Pulita Alessandra Ghisleri [Euromedia Research] ha affermato che questi sondaggi “clandestini” sono falsi, e qualcuno sospetta che vengano diffusi di proposito, proprio per influenzare gli elettori negli ultimissimi decisivi giorni. Se questo aspetto della legge 28/2000 ha inteso ridurre l’effetto della diffusione dei sondaggi sulle decisioni degli elettori, di certo ha spalancato la porta a manipolazioni vere o presunte, e a sospetti che contribuiscono ad avvelenare il clima politico ― come se ce ne fosse bisogno.

«Ma forse c’è dell’altro. C’è la mancanza di capacità di cogliere i fondamenti, i flussi e il pensiero di questa società liquida, orfana di quei vecchi riferimenti del secolo breve come famiglia, fabbrica o chiesa» (Repubblica).

Il carattere liquido della politica contemporanea impatta sui risultati dei sondaggi in vari modi. In primo luogo, con il venire meno dei partiti storici, si osserva una maggiore «fluttuazione di voti che segue le leadership anziché i partiti» stessi (Fabrizio Masia, EMG – Il Fatto Quotidiano). Come abbiamo visto sopra, questa variabilità dell’offerta politica rende anche meno affidabili le procedure sinora adottate per correggere i “dati grezzi”.

Inoltre, essendo sempre meno numerosi gli elettori fidelizzati (fidelizzati a che?), aumenta il numero degli indecisi che, come abbiamo visto, decidono all’ultimo minuto e le cui intenzioni non sono rappresentate dai sondaggi pubblicati 15 giorni prima del voto.

Secondo Ghisleri «ormai c’è una quota di voto mobile, un elettorato non ancora fidelizzato che non riusciamo ancora a fotografare con i sondaggi» (Huffington Post). Le stime relative alle dimensioni di questo voto mobile, però, sono piuttosto incerte. Dichiara Noto al Fatto Quotidiano che «c’è un 15% di elettori, circa 7-8 milioni, che non si identifica in alcun partito e vota rispetto al contesto, al momento»; ma sull’Huffington Post sostiene che «Fino all’anno scorso la quota di elettori che cambiava partito era inferiore al 10%, ma nel 2013 ha cambiato partito il 40%». Inoltre, la quota di indecisi «prima si spalmava un po’ su tutti i partiti, mentre adesso per due volte di seguito si sono spostati tutti insieme, come un branco, prima su Grillo e poi su Renzi».

Infine, la fluidità della situazione può anche spiegare una parte dei rifiuti all’intervista, e/o di risposte mendaci sull’intenzione di voto: «E’ evidente – dice ad esempio Maurizio Pessato [SWG] – che una quota consistente di moderati che votava Berlusconi all’ultimo ha deciso di dare la sua preferenza a Renzi. Possiamo immaginare che in molti casi il voto sia stato dato senza totale adesione, e infatti molti elettori si sono rifiutati di fornire indicazioni ai sondaggisti perché potessero cogliere l’ampiezza del divario» (Il Fatto Quotidiano).

In conclusione, non si sa: non è cioè molto chiaro se il problema sia nello strumento, in chi lo usa, in chi lo diffonde, o se invece la situazione politica italiana sia troppo fluida e in movimento, in questa fase di transizione che coinvolge quelle che erano le consolidate aree del centrodestra e del centrosinistra. C’è da aspettarsi dunque che il dibattito si ripresenterà alla prossima occasione.

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  • Stefano Lombardo

    “La pratica di tollerare tassi di risposta bassissimi è non solo consolidata, ma anche legittimata dalle linee guida delle maggiori associazioni internazionali di settore (anche accademiche)”: un commento incredibile; chi decide di rispondere ha caratteristiche psicologiche molto diverse da chi rifiuta, il tasso di risposta è il più importante indicatore di qualità di un’indagine, persino più importante della numerosità campionaria. Il fatto che gli accademici lo tollerino (sarà vero?) dimostra solo quanto lontana è l’università dalle esigenze di chi produce.

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