20 novembre 2010

Che lavoro si fa con una laurea in scienze politiche e sociali, in Italia?

Visto che nella mia Facoltà, come credo molte altre in Italia in questi giorni, si sta ridiscutendo per l’ennesima volta l’offerta formativa, ho pensato di dare una occhiata più da vicino alle indagini di Almalaurea sul destino lavorativo dei laureati in scienze politiche e sociali, incuriosita anche dai risultati dell’indagine pubblicata dall’American Sociological Association (vedi il post di ieri).

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Passa il mouse sulle aree colorate dei grafici per visualizzare i dettagli dei dati. Questi grafici (realizzati con Google Docs), pur mantenendo le loro funzionalità in IE, possono essere visualizzati al meglio in Firefox e Chrome

Aggiornamento 28/12/2011: i grafici non sono disponibili.

Sorprendentemente (i dati si riferiscono al 2009), ad un anno dal conseguimento del titolo di studio (qualunque tipo di laurea), lavora il 51,7% dei laureati del gruppo delle scienze politico-sociali (dati aggiornati al marzo 2010), in gran parte nel settore privato (70.3%).

Di quelli che lavorano, però, la metà circa continua a svolgere il lavoro che svolgeva prima di laurearsi (ciò che accade invece al 23% dei laureati americani), il 41,8% è impegnato in un lavoro atipico e l’8,5% lavora addirittura senza contratto (grafico:”tipo di lavoro”). Naturalmente, quanti lavoravano al momento della laurea, godono di una maggiore stabilità lavorativa (si tenga conto che non tutti hanno proseguito nello stesso lavoro).

Fra quanti continuano nel lavoro precedente, appena il 30,8% segnala un qualche tipo di miglioramento: di questi, il 55,7% indica un miglioramento delle competenze professionali, il 20,5% un miglioramento nella posizione lavorativa, e il 10,5% un miglioramento nelle mansioni svolte.

Il che significa, facendo un paio di conti per forza di cosa approssimativi, che, considerandole sul totale di quelli che hanno proseguito il lavoro precedente (invece che sul totale di quelli che hanno notato un miglioramento), tutte le valutazioni positive scendono di molto, arrivando al 17,2% per le competenze, al 6,3% per la posizione lavorativa e al 3,2% per quanto riguarda le retribuzioni.

Calcolatrice alla mano, infatti: i rispondenti sono in tutto 19.581; quelli che lavorano sono il 51,7%, pari a circa 10.123; e fra questi, quelli che proseguono il lavoro precedente sono il 50,6%, pari a 5.122 intervistati (invece che 1.578).  Questo per spiegare come ho ricavato i dati per il secondo grafico, visto che le percentuali non corrispondono a quelle che trovate sul sito di Almalaurea. Attenzione dunque sempre alle note metodologiche, e alle basi delle percentuali. Ad una prima occhiata appaiono laureati grosso modo soddisfatti, ma andando a leggere meglio la situazione si rivela essere un po’ meno rosea.

Certo, ad un anno dalla laurea non ci si possano aspettare miracolosi avanzamenti di carriera o strepitosi aumenti di stipendio. Il fatto però che solo il 17% dei laureati lavoratori abbia notato un miglioramento nelle proprie competenze professionali può significare due cose: 1) che la formazione non è adeguata rispetto alle esigenze professionali (e non semplicemente alle esigenze del mercato del lavoro); 2) che questi laureati svolgono lavori che nulla o poco hanno che fare con il tipo di laurea conseguita. I risultati nel loro complesso parrebbero indicare il verificarsi di entrambe le situazioni.

Del resto, se si svolgeva lo stesso lavoro già prima della laurea, presumibilmente si tratta di un lavoro per diplomati, o per laureati in altri campi. Ed infatti il 29,7% dei laureati che lavora dichiara che per il lavoro che fa non serve la laurea, e il 48,7% dichiara che pur utile, la laurea non è comunque necessaria. Anche prescindendo dall’uso “formale” – cioè contrattuale – del titolo di studio, e considerando le competenze in quanto tali, il quadro non cambia: il 45,6% dichiara infatti di usare le proprie competenze in misura ridotta, il 29% di non utilizzarle per niente. Le differenze fra quanti lavoravano al momento della laurea e quanti hanno iniziato dopo non sono peraltro eclatanti.

Nell’insieme dunque – considerando congiuntamente il valore contrattuale del titolo di studio e l’uso delle competenze (vedi la nota metodologica dell’indagine) – la laurea è “efficace” per il 28,6% degli intervistati, poco efficace per il 35,3% e per nulla efficace per il 36,1%. Nel complesso, i laureati che lavoravano da prima, danno valutazioni decisamente peggiori, mentre gli studenti freschi di inserimento lavorativo appaiono più possibilisti.

La retribuzione media è di 1.015 euro mensili: 897 per le donne, 1.218 per gli uomini: nessuno diventerà ricco, ma non si può neanche fare a meno di notare che la retribuzione delle donne è il 73,6% di quella degli uomini. Grazie probabilmente agli effetti dell’anzianità e della stabilità contrattuale, le retribuzioni di coloro che lavoravano da prima sono un po’ più alte – fermo restando, purtroppo, il gender gap: 1.337 euro mensili per gli uomini, e 956 per le donne (pari al  71,5% della retribuzione maschile).

Se confrontiamo – nei limiti del possibile – i dati forniti da Almalaurea con quelli dell’Asa, appare comunque evidente che sul destino sociale dei laureati in scienze politiche e sociali pesano le difficoltà generali del mercato del lavoro italiano, con tutte le sue “particolarità” (diciamo così).

In particolare, mi sentirei di sottolineare da una parte l’evidente mismatch fra domanda di lavoro, competenze professionali ritenuti importanti dagli studenti (anche sulla base della propria esperienza lavorativa), ed offerta formativa, evitando l’errore di confondere la domanda di lavoro in quanto espressa dal mercato e domanda di formazione e professionalità degli studenti (a volte coincidono, a volte no, anche senza tener conto delle aspettative).

Inoltre, a fronte di una scarsa o nulla protezione dei lavori a tempo determinato, riscontriamo una scarsa valorizzazione delle competenze (basse retribuzioni e mansioni poco qualificate) ed un basso livello di mobilità professionale, come mostra a mio giudizio il fatto che i laureati preferiscono tenersi il lavoro che svolgevano da diplomati (semmai sperando in uno sviluppo di carriera interno), piuttosto che mettersi sul mercato e “ricominciare daccapo”. Del resto, quando si dice che allo stato attuale il mercato del lavoro è caratterizzato da precarietà e non da flessibilità, si intende appunto dire questo.

In tutto ciò, bisogna anche riconoscere – certo, a malincuore – che tutto sommato le cose non vanno neanche malissimo, tenendo conto delle riduzioni di spesa per il welfare e per i servizi di assistenza, e soprattutto del blocco delle assunzioni nel settore pubblico, che hanno colpito gli ambiti naturali di molte delle professionalità in uscita da questo tipo di corso di studi (e non perché siamo in Italia: si considerino le professioni svolte dai laureati negli Stati Uniti). Si tratta quindi di competenze e saperi che debbono “riciclarsi” in altri ambiti, dove magari non possono sperare di essere utilizzate al meglio e pienamente valorizzate (vedi i dati completi sul sito di Almalaurea o scarica le tabelle che ho utilizzato in PDF).

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